martedì 20 gennaio 2026

 IL MEDICO DI FAMIGLIA



Quando il medico di famiglia riduce il proprio ruolo a compilatore di protocolli, a risponditore svogliato di mail con copia-incolla di prescrizioni, o a qualcuno che passa più tempo a fissare lo schermo che a guardare negli occhi il paziente, sta firmando inconsapevolmente o no la propria obsolescenza. In quel momento la relazione di cura si spezza, il malato diventa “caso”, il sintomo diventa dato, e la persona con la sua storia unica scompare dietro la statistica e la linea guida.L’evidence-based medicine ha portato benefici enormi (riduzione di pratiche inutili o dannose, standardizzazione di interventi efficaci), ma quando diventa l’unico metro e cancella la sapienza clinica artigianale, quella che sa leggere il corpo nel contesto di una vita, di un vissuto, di paure non dette, di abitudini irriducibili a un trial randomizzato, allora si trasforma in una gabbia. E in quella gabbia entra prepotente l’algoritmo, che almeno non finge empatia: è freddo, veloce, disponibile sempre e non ti fa sentire un peso quando hai “solo” un mal di testa strano o un’ansia che non passa.In Italia nel 2025-2026 stiamo già vedendo i primi passi concreti: piattaforme come “Mia” (Medicina e Intelligenza Artificiale) stanno arrivando negli studi di migliaia di medici di famiglia come assistente per diagnosi differenziali, suggerimenti terapeutici, richiami preventivi, basandosi su linee guida certificate e letteratura aggiornata. Non dovrebbe sostituire il medico, ma supportarlo. Eppure, quando il medico è già disumanizzato dal sistema (carico burocratico insostenibile, 1500+ assistiti, stipendi fermi da decenni, burn-out diffuso), l’“assistente” rischia di diventare il principale interlocutore percepito dal paziente.Il paradosso è crudele:  da un lato l’AI promette di alleggerire il carico, accelerare diagnosi, ridurre errori banali, personalizzare (paradossalmente) di più grazie a enormi dataset; dall’altro lato accelera proprio la deriva, perché il sistema premia la velocità, la tracciabilità, la conformità al protocollo più che l’ascolto prolungato e l’intuizione clinica.


Molti medici (e anche il Ministro Schillaci in dichiarazioni recenti) ripetono che «l’IA non sostituirà mai il medico», ma la domanda vera è un’altra: il sistema sostituirà il medico con qualcosa di più economico e scalabile se il medico rinuncia a essere insostituibile proprio nella dimensione umana? La strada per non farsi sostituire esiste, ma è scomoda:  riscoprire (o difendere strenuamente) la relazione di cura come cuore della professione, non come optional;  battersi per contesti organizzativi che lascino tempo per visitare, ascoltare, ragionare insieme al paziente; integrare l’AI come strumento al servizio della clinica, non come scorciatoia per aggirare il contatto umano;  

ricordare che la statistica dà probabilità, ma la decisione clinica è sempre su quella persona, qui e ora.


Altrimenti tanto vale l’algoritmo. Almeno non ti fa sentire in colpa se chiami alle 20:30.