venerdì 24 ottobre 2025


“La fattoria degli animali”



 In un mondo in cui la censura e l'autocensura minacciano la libertà di espressione, dobbiamo essere pronti a difendere il diritto di dire ciò che è vero, anche se è scomodo. Le verità nascoste e le opinioni impopolari sono spesso le più rilevanti. Orwell ci richiama al coraggio e alla determinazione di sfidare il pensiero unico e di cercare la verità, indipendentemente da quanto sia difficile da affrontare.


“Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire.”

George Orwell, “La fattoria degli animali”

 "Dieci Dieci Dieci" di Ottavio Buonomo




"Dieci Dieci Dieci" è un’esplosione di vitalità, un inno alla creatività e alla passione che solo il teatro, quello vero, sa regalare. Questo spettacolo, firmato dal carismatico Ottavio Buonomo, è un viaggio travolgente che celebra Roma, la Città Eterna, con un’energia che ti cattura e non ti lascia più. Buonomo, un autentico vulcano artistico, non è solo l’autore, ma anche regista, compositore, produttore e attore di questa produzione: un one-man show che riesce a orchestrare con maestria un cast di ben 30 artisti. Attori, cantanti, ballerini e persino giocolieri si fondono in un mosaico di talenti che dà vita a un’esperienza teatrale unica, capace di unire risate, riflessioni e un irresistibile desiderio di battere le mani a ritmo.

Scritta in appena dieci giorni – un’impresa che già di per sé sembra un omaggio alla frenesia creativa di Roma – questa commedia musicale è un omaggio alla città, alle sue contraddizioni, alla sua storia e al suo cuore pulsante. Le musiche, arrangiate dal maestro Ciro Genno, sono il motore dello spettacolo: un insieme sapiente di melodie che attingono alla tradizione romana, con i suoi echi di stornelli e ballate popolari, ma rielaborate con un tocco di modernità che sa di varietà, di jazz, di pop. Ogni nota sembra pensata per far vibrare il pubblico, con cori che invitano a cantare e ritmi che fanno venir voglia di alzarsi in piedi e ballare. I testi, giocosi e intelligenti, ruotano attorno al numero “dieci”, simbolo di completezza e perfezione, ma anche pretesto per gag esilaranti e momenti di poesia che colpiscono dritto al cuore.Le coreografie sono un altro punto di forza: un’esplosione di colore e movimento che spazia da numeri corali grandiosi a momenti più intimi, dove i ballerini sembrano raccontare storie con ogni passo. La comicità surreale, marchio di fabbrica di Buonomo, si intreccia a una passione travolgente e a un filo di malinconia che rende lo spettacolo profondamente umano. È il tipo di teatro che ti fa ridere a crepapelle un momento e, quello dopo, ti lascia con un nodo in gola, pensando alla bellezza e alla fragilità della vita. Questo equilibrio tra leggerezza e profondità è ciò che rende "Dieci Dieci Dieci" così speciale: non è solo intrattenimento, ma un rifugio, un luogo dove la routine quotidiana si dissolve e lascia spazio all’immaginazione.Ottavio Buonomo, con i suoi 23 anni di carriera, porta in scena un bagaglio di esperienze che spazia dai grandi classici di Totò alle macchiette contemporanee, sempre con un’ironia che non si prende mai troppo sul serio. La sua capacità di reinventarsi e di dare vita a personaggi vividi e memorabili traspare in ogni dettaglio dello spettacolo. È come se ogni battuta, ogni nota, ogni gesto fosse un’estensione della sua personalità: un misto di energia, autoironia e amore per il palcoscenico. E il cast, un ensemble di talenti eterogenei, sembra nutrirsi di questa stessa passione, creando un’alchimia che rende ogni scena indimenticabile.Visto in streaming sul canale YouTube di Overmind, "Dieci Dieci Dieci" riesce a trasmettere un’energia contagiosa che ti fa quasi dimenticare di essere davanti a uno schermo. Ma è facile immaginare l’atmosfera elettrizzante al Teatro Italia, con il pubblico che si lascia travolgere, battendo le mani e scandendo “Dieci! Dieci! Dieci!” in un coro collettivo che sembra un abbraccio alla città e al teatro stesso. Un plauso va anche al regista televisivo Carlo D’Orsi, che ha saputo catturare la magia dello spettacolo con una regia dinamica, capace di valorizzare ogni dettaglio, dai costumi sgargianti alle espressioni degli attori, fino ai momenti di pura poesia visiva.In un’epoca dominata dallo streaming passivo, dove ci si limita a consumare contenuti senza partecipazione, "Dieci Dieci Dieci" è una boccata d’aria fresca, un invito a riscoprire la magia del teatro dal vivo. È uno spettacolo che non si limita a intrattenere, ma celebra la creatività italiana con un’ironia che sa essere leggera senza mai essere banale, toccando corde profonde con la sua umanità. È un omaggio a Roma, al teatro, e a tutti coloro che, come Buonomo, credono ancora nel potere delle storie di unire le persone. Guardandolo, non puoi fare a meno di sorridere, commuoverti e sentirti un po’ più vivo.

 

Quella polenta con lo zucchero durante la rotta di Caporetto


Un articolo che mio padre Giuseppe Driussi (1904 – 2001) scrisse per il Messaggero Veneto di Udine nell’autunno del 1997.

Quella polenta con lo zucchero durante la rotta di Caporetto

Fra i miei ricordi incancellabili vi sono le dolenti vicissitudini condivise con i miei familiari in ordine alla tragica ritirata di Caporetto. Mio fratello Gino, militare al fronte sull’Isonzo, che col suo reparto ripiegò in quei giorni della seconda metà di ottobre del 1917, nell’imminenza del pericolo corse a Udine, scongiurandoci di fuggire, considerando soprattutto il rischio che potevano correre le due giovani sorelle.”Gli austriaci e i tedeschi vengono avanti come belve!” furono le sue testuali parole.La sera del 27 ottobre, radunate poche cose raccolte in fagotti su un carrettino a mano, sotto una pioggia a dirotto ci incamminammo per viale Venezia, fra un caos indescrivibile di civili, militari italiani e alleati, carriaggi e cannoni.Giunti nei pressi del campo di aviazione di Campoformido, notai che nei prati laterali alla strada tutto era stato dato alle fiamme: ardevano hangar e magazzini che non si voleva lasciare cadere in mano nemica.Volgendomi verso Udine, vedevo i bagliori degli alti falò che si levavano dai depositi militari della città. La pioggia insistente ci accompagnò fino a Codroipo che raggiungemmo fra mille stenti. Mi ricordo che era buio e tremavo: l’acqua entrava dal colletto della camicia e scendeva per la schiena fino ai piedi. Eravamo fradici e mio fratello Leonardo che reggeva le stanghe del carretto non voleva più proseguire per la stanchezza e lo sgomento.A Codroipo trovammo alloggio per la notte in una stalla di contadini che erano indecisi se scappare o rimanere.Erano però impressionati, sapendo che noi eravamo di Udine e altra gente di Cividale e dintorni. Il giorno successivo decidemmo come altri profughi di proseguire il nostro cammino, non per la strada nazionale, ingombra in modo impressionante di caotico traffico, ma lungo la linea ferroviaria, a piedi naturalmente. Quindi, lasciato il carretto nella stalla, sempre sotto la pioggia, ci incamminammo con qualche fagotto per raggiungere i binari della ferrovia.Avevamo fatto poca strada quando improvvisamente un reggimento di cavalleria italiano lanciato al galoppo verso Udine tagliò la colonna di profughi ed io mi trovai con mia sorella Virginia diviso da altri familiari.Per un po’ sentii mia madre che mi chiamava ad alta voce, ma io e mia sorella, terrorizzati dalla carica della cavalleria, non potemmo ricongiungerci ai nostri cari e ci disperdemmo. Ci saremmo poi ritrovati a tarda notte al di là del ponte ferroviario sul Tagliamento.Arrivammo al ponte dopo il tramonto per la lentezza della marcia, essendo anche la linea ferroviaria superaffollata.  L’attraversamento del ponte avveniva lentissimamente a uno a uno con terrore, perché il fiume era in piena e l’acqua toccava quasi le arcate. Poiché si temevano bombardamenti aerei, al ponte stesso erano state tolte le lamiere del fondo da un lato, per cui il passaggio si svolgeva in una notte da tregenda su uno strettissimo corridoio e si vedeva l’acqua scura tumultuante che scorreva sotto i piedi a lato! Era tale la calca presso il ponte che veniva ripetuta a intervalli e passata l’un l’altro la voce: “Avanti! Avanti!”. Incombeva il pericolo che sul ponte arrivassero da un momento all’altro i nemici. Il ponte qualche ora dopo il nostro passaggio fu fatto saltare con sopra civili, soldati italiani, austriaci e tedeschi. Ricongiunto ai miei, mia madre ci fece ricoverare tutti in un casello e con la farina portata con noi e salvata dalla pioggia, cucinò in un paiuolo una grande polenta che mangiammo intinta in un po’ di zucchero che un capitano aveva con sé. Parteciparono al pasto tutti i soldati che erano nel casello. Fuori bivaccavano qua e là attorno a fuochi improvvisati civili e militari. All’indomani ancora sotto una pioggia incessante, proseguimmo a piedi per la strada ferrata fino a Sacile, dove potemmo salire su una tradotta militare che ci portò a tappe fino a Firenze. Qui fummo alloggiati in brande nella chiesa di Santa Maria Novella. Dopo due giorni ci avviarono a Pallerone, località della Toscana in provincia di Massa Carrara, dove arrivammo di notte e trovammo ospitalità in una chiesa con poca paglia sul pavimento raggruppati per famiglie.Dopo qualche tempo ci sistemammo alla Spezia fino al ritorno, ai primi del 1919, a Udine alle nostre case che trovammo spoglie di tutto. Alla Spezia le mie sorelle trovarono lavoro come sarte presso l’Unione Militare e mio fratello Leonardo presso una fonderia di cannoni. Io vi frequentai la seconda media. La mia professoressa di lettere ripeteva: “Mio marito è morto nella battaglia di Pozzuolo del Frìuli”.Mi ritornava alla mente il ricordo di quel reggimento di cavalleria italiana lanciato al galoppo verso Udine che aveva tagliato in due la colonna dei profughi. Mi permettevo di correggerla: “Signora professoressa, si dice Friùli, non Frìuli”. Un giorno fui accompagnato a scuola da mio fratello Gino che, ritrovatici tramite la Croce Rossa Italiana, ottenne un breve permesso dal fronte del Piave ove si trovava. Il mio preside ebbe alte parole d’elogio per lui e lo additò ad esempio per il suo valore agli studenti. I miei compagni di classe organizzarono una colletta per farmi dono di una cartella di cento lire del prestito consolidato al 5 per cento del Regno d’Italia. Nella tragica ritirata di Caporetto ci furono molti componenti di una stessa famiglia dispersi. In seguito alcuni si ritrovarono attraverso annunci sui giornali o, com’era stato per noi, per il tramite della Croce Rossa Italiana, altri poterono ricongiungersi solo a guerra finita. Durante il periodo di profuganza infierì la febbre spagnola che ebbe a mietere più vittime della guerra mondiale.


  • Giuseppe Driussi

sabato 11 ottobre 2025

 MINA - Gli Anni Ri-Fi



Ricordo con chiarezza il mio giradischi Europhon, il primo grande amore della mia adolescenza, molto più di un semplice apparecchio: era una porta verso un mondo di sogni, un ponte che univa il mio cuore di ragazzo alla voce di Mina, che sembrava cantare solo per me. Era l’estate del 1964, e il ricordo di quando convinsi mio padre a comprarmelo, dopo settimane di suppliche e con la scusa della mia promozione scolastica, è ancora nitido. Diecimila lire, una somma che allora sembrava un tesoro, ma che valse ogni sacrificio. Con il giradischi arrivò, come omaggio, il 33 giri “20 successi di Mina” della serie Niagara, e da quel momento i miei pomeriggi cambiarono per sempre. Mi chiudevo in camera, posavo l’ago sul vinile con la cura di un rito, e il lieve fruscio che precedeva le note era già un incantesimo. Quando la voce di Mina si levava, calda e potente, mi perdevo in “Il cielo in una stanza”, anche se ogni volta mi irritava quella sfumatura finale che spezzava la magia. Quel giradischi Europhon, semplice ma robusto, era il centro del mio mondo: il ronzio sommesso del motore, il lento girare del piatto, il gesto di pulire il disco con un panno morbido per non graffiarlo. Ogni dettaglio era parte di un rituale che rendeva quei momenti speciali. La mia collezione di dischi cresceva lentamente, costruita con i pochi soldi che riuscivo a mettere da parte. Davo ripetizioni d’inglese ai ragazzi delle medie, un lavoretto che mi permetteva di inseguire le uscite Ri-Fi di Mina, che arrivavano puntuali, una per ogni stagione, come un calendario che scandiva i miei giorni. Ricordo l’emozione di trovare “Città vuota”, non il disco tris, ma quello con “E’ inutile” sul retro, un piccolo trofeo pagato con i miei risparmi. Poi vennero “Un anno d’amore”, “Ora o mai più” – quest’ultima un omaggio della rivista “Bella” – e ogni 45 giri era una conquista, un pezzo di vita da custodire. Ma anni prima, quando ero ancora alle elementari e non avevo l’Europhon, collezionavo i flexi, quei dischetti sottili e fragili che uscivano con “Il Musichiere”. Fra tutti, ricordo “Ho scritto col fuoco”, che tenevo con cura in un cassetto, senza poterlo ascoltare spesso, perché non avevo un giradischi. A volte lo portavo da amici che possedevano un radiogrammofono, ma loro non amavano quei flexi: dicevano che rovinavano la puntina, e io tornavo a casa con il mio dischetto, un po’ deluso ma felice di possederlo, perché per me era un piccolo tesoro, anche se non prezioso come oro.Nel settembre del 1965, quando Mina si esibì a Udine, nel cortile delle scuole elementari “Dante Alighieri” – la mia prima scuola, dove un paio d’anni prima avevo visto esibirsi Pino Presti con il complesso di Santi Latora – pedalai con la mia bicicletta fino al cancello di quel cortile, sperando di cogliere almeno un’eco della sua voce. Il biglietto costava 2000 lire, troppo per le mie tasche. Guardavo le coppie eleganti entrare, le luci che si accendevano, e me ne tornai a casa, con un nodo in gola, stringendo il manubrio. Ma una volta lì, posai sul mio Europhon “E... e L’ultima occasione”, un 45 giri per jukebox comprato a 400 lire – oggi, forse, 4 o 5 euro del 2025 – e lasciai che la voce di Mina mi consolasse, come sempre faceva. La mia vita era fatta di piccoli riti: le 50 lire che mia madre mi dava per “Sorrisi e Canzoni”, altre 50 per un caffè al bar il sabato sera, dove guardavo “Studio Uno” sulla televisione comune, sognando il giorno in cui ne avremmo avuta una in casa (arrivò solo a Natale di quell’anno). La domenica, con 100 lire, potevo permettermi un film in seconda visione, ma il vero lusso era tornare a casa e far girare il mio Europhon, con Mina che trasformava ogni pomeriggio in un viaggio.Oggi, quando scorro la tracklist di queste nuove edizioni – il doppio LP in vinile da 180 grammi e il cofanetto di 4 CD, restaurati e rimasterizzati in analogico, limitati a sole 500 copie numerate – mi sembra di sfogliare un diario della mia giovinezza. Ogni titolo, da “Città vuota” a “Un anno d’amore” a “E... e L’ultima occasione”, è un ricordo che si accende: l’estate del ’64, le corse in bicicletta fino al cancello della “Dante Alighieri”, le giornate passate a sfogliare “Il Musichiere” quando ero ancora alle elementari, il cassetto dove custodivo il flexi di “Ho scritto col fuoco”. Mi sento quasi un sopravvissuto, con tutti gli anni che sono passati, eppure quelle canzoni sono ancora qui, nei miei 45 giri, nei 33 giri, nelle musicassette, nei CD, e ora in queste edizioni speciali. Confesso che, quando la nostalgia mi prende, apro YouTube o Spotify, ascolto un brano e lo posto sulla mia bacheca con un commento, come per condividere un frammento di quel ragazzo che ero. Ma il fascino di un vinile o di un cofanetto numerato è un’altra cosa: è come toccare di nuovo il mio Europhon, risentire il fruscio dell’ago, rivivere l’attesa di una nuova stagione Ri-Fi.Mi chiedo cosa abbia provato Max, insieme ai suoi assistenti, nel dar vita a questa raccolta. Loro non hanno vissuto quegli anni, non hanno conosciuto l’emozione di correre a casa con un 45 giri sottobraccio, né la magia di posare l’ago sul vinile, trattenendo il fiato per paura che saltasse. Non hanno mai sfogliato “Il Musichiere” da bambini, né custodito un flexi in un cassetto, sognando il giorno in cui avrebbero avuto un giradischi tutto loro. Per loro, queste canzoni devono essere giunte anni dopo, forse a fine anni ’70 o nei primi ’80, come un’eredità musicale da scoprire. Immagino che abbiano ascoltato ogni traccia con la cura di chi restaura un dipinto antico, cercando di cogliere l’essenza di un’epoca che non hanno vissuto, ma che devono aver percepito nella potenza della voce di Mina. Restaurare questi brani dev’essere stato un atto di dedizione, un lavoro meticoloso per ridare splendore a note che, per me, sono frammenti di vita. Non hanno i miei ricordi – il ronzio del mio Europhon, le vetrine dei negozi di dischi, la bicicletta ferma al cancello della “Dante Alighieri”, il cassetto con quel flexi tanto amato – ma il loro lavoro mi permette di rivivere tutto questo, come se il tempo non fosse mai trascorso.Questi dischi, questo vinile e questo cofanetto, non sono solo musica: sono un ritorno a casa, un modo per risentire la voce di Mina che si leva dal mio vecchio Europhon, per ritrovare il ragazzo che sognava davanti a un giradischi e che, in fondo, vive ancora in me. Ogni nota è un frammento di quegli anni, un pezzo di cuore che batte ancora, e io sono grato di poterlo stringere tra le mani, con lo stesso stupore di allora.

Nella foto Mina nel settembre 1965 alla Mostra della Casa Moderna a Udine con il patron Alfiero Bettarini..

giovedì 2 ottobre 2025

 In questa Festa dei Nonni




Oggi, in questa Festa dei Nonni, il mio cuore si volge ai ricordi, a quei momenti che hanno scolpito nella mia anima l’amore per i miei nonni materni. Non ho mai conosciuto i nonni paterni, ma quelli materni, con la loro vita semplice e contadina, sono stati per me un faro di calore e affetto. Ogni domenica, quando mia madre mi portava a trovarli, era come entrare in un mondo dove il tempo scorreva più lento, profumato di terra e di storie antiche.Mio nonno era un uomo di poche parole, un po’ appartato. Lo rivedo seduto accanto al muretto che separava la sua terra da quella di suo fratello, perso in chiacchiere che sembravano intrecciare il passato con il presente. Quel muretto non era solo un confine, ma un punto di incontro, un luogo dove le vite si incrociavano e i racconti prendevano forma. La sua presenza, silenziosa ma solida, era una certezza nella mia infanzia. Ma è mia nonna che porto nel cuore con un’intensità che non si spegne. Era una donna piena di vita, con un sorriso che illuminava tutto intorno a lei. È stata lei ad assistere la mamma quando sono nato, un legame che mi unisce a lei in modo profondo, quasi sacro. Ricordo ancora il racconto di quella notte, quando, alle due e mezza, si affacciò alla finestra per annunciare a mio padre, che attendeva ansioso sul marciapiede di sotto, che era nato “un bel maschietto”. Quelle parole, sussurrate nella quiete della notte, sono come un’eco che mi accompagna ancora oggi, un simbolo del suo amore e della gioia che ha provato nel darmi il benvenuto al mondo. Quando ero ragazzo e finalmente ebbi la mia prima bicicletta, il 25 marzo, il giorno del suo compleanno, diventava per me una missione speciale. Attraversavo tutta la città, con il vento che mi scompigliava i capelli, portando un pacchetto di paste, quei pasticcini che sapevo le avrebbero fatto brillare gli occhi. Lei mi accoglieva sempre con un abbraccio che sapeva di casa, di affetto puro, e quei momenti, così semplici, sono diventati i miei ricordi più preziosi. Ogni pedalata, ogni sorriso scambiato, era un modo per dirle quanto le volevo bene.Quando mia nonna ci ha lasciati, a ottantadue anni, il dolore è stato come un coltello nel petto. Anche se le nostre visite si erano fatte meno frequenti con il passare del tempo, la sua perdita ha lasciato un vuoto che non si è mai riempito. È stata una ferita che ha sanguinato a lungo, perché perdere lei è stato come perdere un pezzo di me stesso, della mia infanzia, del mio mondo. Eppure, so che non l’ho persa davvero. La porto con me, ogni giorno. È nella mia mente quando penso al suo sorriso, alla sua voce, a quella finestra aperta nella notte della mia nascita. È una presenza che mi guida, silenziosa ma sempre viva. In questa Festa dei Nonni, voglio celebrare lei, la mia nonna, che mi ha accolto nel mondo e mi ha insegnato il valore dell’amore con i suoi gesti semplici. Voglio ricordare le domeniche in campagna, le pedalate per il suo compleanno, quella voce che annunciava la mia nascita a mio padre. Voglio ringraziare lei e mio nonno per essere stati le mie radici, per avermi dato un amore che non si spegne. Ovunque sia, spero che mia nonna Ida sappia che il suo “bel maschietto” la ama ancora, e la porterà sempre nel cuore.

mercoledì 1 ottobre 2025

 Il mio primo giorno di scuola



Il mio primo giorno di scuola è un ricordo che affiora come una vecchia fotografia un po' sbiadita. So con certezza che era ottobre, il primo giorno del mese, e ricordo distintamente che non andai di mattina, ma nel pomeriggio.
​Non ricordo se fossi eccitato o spaventato, ma l'immagine più chiara è la presenza rassicurante di mia sorella al mio fianco. Lei era la mia guida.
​Il percorso, l'aria tiepida e un po' umida che ha l'autunno inoltrato, e poi l'arrivo a scuola. Ricordo di aver tenuto stretta la sua mano nel corridoio. Lì c'era la mia prima grande prova: una supplente, con un elenco in mano, che chiamava i nostri nomi.
​Dopo che la maestra ebbe spuntato il mio nome, finalmente fui fatto entrare e mi venne assegnato il mio banco. Ma c'è un altro dettaglio che mi è rimasto impresso nel corridoio: gli attaccapanni. Erano contrassegnati da immagini. Per l'iniziale del mio cognome, mi venne assegnato l'appendino con l'immagine di un dado. D come l'iniziale del mio cognome.
​Quel primo giorno è un frammento, un'emozione, un pomeriggio d'ottobre con mia sorella che mi teneva la mano e il mio piccolo, primo posto nel mondo: un banco e un gancetto con un dado.