mercoledì 6 maggio 2026

 

6 Maggio 1976: Dalla cucina di casa alle notti in Piazza Primo Maggio a Udine.




​La sera del 6 maggio 1976 ero in cucina con mio padre. Eravamo seduti davanti al televisore e stavamo guardando "C'è un'orchestra per te", il programma musicale condotto da Katyna Ranieri. Mia madre, invece, era in bagno a lavare dei panni nella vasca. Al primo boato pensai a un incidente domestico, come se le fosse caduto il catino di plastica, ma l’inquietudine mi spinse verso la terrazza. Lì, le mani sulla ringhiera, una scossa fortissima. Non riuscivo a staccare le mani per la violenza delle vibrazioni. Mio padre realizzò per primo la realtà. "Il terremoto!" urlò. ​Scendemmo i due piani di corsa, ma arrivati nell'atrio trovammo il portoncino d’ingresso bloccato. Senza possibilità di uscire in cortile, tornammo subito indietro verso l'appartamento al piano terra della signora Assunta. La trovammo sulla porta, tremante e smarrita, incapace di decidere cosa fare. Passammo rapidamente attraverso la sua cucina e riuscimmo ad uscire tutti e quattro nel suo orto, mettendoci in salvo. ​Passati i primi terribili momenti, poco dopo, con grande precauzione salimmo al secondo piano per recuperare delle sedie e ci sistemammo lungo il corridoio degli orti. Lì, nel cuore del cortile, ci riunimmo con tutti i vicini le cui case si affacciavano su quello spazio comune. Tra le radioline sintonizzate su una delle prime emittenti private "Alfa Nord" avemmo le prime notizie frammentarie che riferivano d'un terremoto con epicentro fra Artegna e Gemona. Io inforcai la bicicletta e pedalai fino in via Stringher per sincerarmi di come stesse mia sorella. La trovai col marito ed i miei tre nipoti, sistemati chi su una coperta, chi su una sedia sul terrapieno di Piazza XX Settembre. Accertatomi che fossero in buone condizioni, me ne tornai a casa. Passai la notte all'aperto con i miei genitori ed i miei vicini, uniti dalla stessa paura. ​Il mattino dopo, venerdì, il senso del dovere ci portò comunque verso la normalità. Mi presentai in banca: eravamo in una decina sotto il porticato a chiederci se avremmo aperto. Eravamo giovani e forse non avevamo ancora capito l'entità della catastrofe. Il direttore arrivò e chiese a una collega di salire per inviare un telex veloce: bisognava comunicare che la banca sarebbe rimasta chiusa. Poi ci congedarono. ​Dopo quel venerdì trascorso sotto il sole negli orti, la sera presi la mia auto e portai i miei genitori a Grado per cercare un po' di calma, alloggiando in una camera della pensione dove solevamo trascorrere un periodo di villeggiatura. Ma fu una parentesi brevissima: il sabato mattina eravamo già di ritorno a Udine perché mia madre doveva lavorare. Da allora, per diverse sere, la mia macchina divenne la nostra casa: io, mio padre e mia madre dormimmo lì, parcheggiati in Piazza Primo Maggio, cercando sicurezza in quello spazio aperto insieme a tanti altri udinesi. ​ ​Quell'unione nel corridoio degli orti con tutti i vicini è una delle immagini più forti della solidarietà di quelle ore. 

Nessun commento:

Posta un commento