giovedì 2 aprile 2026

On a Ferragosto day, so long ago





On a Ferragosto day, so long ago

by the quiet shores of Lake Cavazzo's blue,

Papa and Mama stood, admiring the glow,

two souls in silence beneath the summer sky so true.


Paolo Driussi

domenica 1 febbraio 2026

ELIO GIGANTE



Parlare di Elio Gigante significa evocare l'epoca d'oro del varietà italiano e, naturalmente, il suo legame indissolubile con Mina. Gigante non era solo il suo manager, ma una figura paterna, un protettore e l'architetto della sua immagine pubblica.

​Ecco un aneddoto emblematico che descrive bene la loro intesa e il carattere leggendario di entrambi:
​Il "Gran Rifiuto" a Sinatra
​Uno dei racconti più celebri riguarda la fine degli anni '60, quando la fama di Mina aveva superato i confini europei arrivando fino alle orecchie di Frank Sinatra. "The Voice" voleva assolutamente Mina per una serie di concerti negli Stati Uniti e pare avesse inviato un’offerta stratosferica tramite i suoi intermediari.
​Elio Gigante ricevette la proposta e la sottopose a Mina. La risposta della "Tigre di Cremona" fu un secco no. Il motivo? Non voleva prendere l'aereo e non aveva voglia di stare lontana da casa per così tanto tempo.
Invece di disperarsi per la commissione persa, Gigante gestì la cosa con la sua solita classe (e un pizzico di ironia). Si dice che rispose agli americani sottolineando che Mina era "troppo impegnata" in Italia. Gigante sapeva che il valore di Mina risiedeva proprio nella sua inafferrabilità: il fatto che avesse detto di no persino a Sinatra non fece altro che accrescere il mito della cantante, trasformando un potenziale errore professionale in una mossa di marketing leggendaria.
Gigante era l'unico che riusciva a filtrare le pressioni dei media, permettendo a Mina di maturare la decisione di ritirarsi dalle scene nel 1978.
Fu proprio Gigante a organizzare la storica serie di concerti a Bussoladomani nel 1978, curando ogni dettaglio affinché quegli addii rimanessero scolpiti nella storia della musica.
​È affascinante pensare come Gigante abbia gestito una carriera così immensa con uno stile d'altri tempi, fatto di strette di mano e intuito puro.

    

SNOWDROPS






A hand hovers, hesitant as February itself,

above the first white bells that dared the frost.

They bow, yet do not break

tiny green spines piercing winter’s quiet armor,

proof that hope arrives on the lightest possible stems.

Paolo Driussi

martedì 20 gennaio 2026

 IL MEDICO DI FAMIGLIA



Quando il medico di famiglia riduce il proprio ruolo a compilatore di protocolli, a risponditore svogliato di mail con copia-incolla di prescrizioni, o a qualcuno che passa più tempo a fissare lo schermo che a guardare negli occhi il paziente, sta firmando inconsapevolmente o no la propria obsolescenza. In quel momento la relazione di cura si spezza, il malato diventa “caso”, il sintomo diventa dato, e la persona con la sua storia unica scompare dietro la statistica e la linea guida.L’evidence-based medicine ha portato benefici enormi (riduzione di pratiche inutili o dannose, standardizzazione di interventi efficaci), ma quando diventa l’unico metro e cancella la sapienza clinica artigianale, quella che sa leggere il corpo nel contesto di una vita, di un vissuto, di paure non dette, di abitudini irriducibili a un trial randomizzato, allora si trasforma in una gabbia. E in quella gabbia entra prepotente l’algoritmo, che almeno non finge empatia: è freddo, veloce, disponibile sempre e non ti fa sentire un peso quando hai “solo” un mal di testa strano o un’ansia che non passa.In Italia nel 2025-2026 stiamo già vedendo i primi passi concreti: piattaforme come “Mia” (Medicina e Intelligenza Artificiale) stanno arrivando negli studi di migliaia di medici di famiglia come assistente per diagnosi differenziali, suggerimenti terapeutici, richiami preventivi, basandosi su linee guida certificate e letteratura aggiornata. Non dovrebbe sostituire il medico, ma supportarlo. Eppure, quando il medico è già disumanizzato dal sistema (carico burocratico insostenibile, 1500+ assistiti, stipendi fermi da decenni, burn-out diffuso), l’“assistente” rischia di diventare il principale interlocutore percepito dal paziente.Il paradosso è crudele:  da un lato l’AI promette di alleggerire il carico, accelerare diagnosi, ridurre errori banali, personalizzare (paradossalmente) di più grazie a enormi dataset; dall’altro lato accelera proprio la deriva, perché il sistema premia la velocità, la tracciabilità, la conformità al protocollo più che l’ascolto prolungato e l’intuizione clinica.


Molti medici (e anche il Ministro Schillaci in dichiarazioni recenti) ripetono che «l’IA non sostituirà mai il medico», ma la domanda vera è un’altra: il sistema sostituirà il medico con qualcosa di più economico e scalabile se il medico rinuncia a essere insostituibile proprio nella dimensione umana? La strada per non farsi sostituire esiste, ma è scomoda:  riscoprire (o difendere strenuamente) la relazione di cura come cuore della professione, non come optional;  battersi per contesti organizzativi che lascino tempo per visitare, ascoltare, ragionare insieme al paziente; integrare l’AI come strumento al servizio della clinica, non come scorciatoia per aggirare il contatto umano;  

ricordare che la statistica dà probabilità, ma la decisione clinica è sempre su quella persona, qui e ora.


Altrimenti tanto vale l’algoritmo. Almeno non ti fa sentire in colpa se chiami alle 20:30.