Francesco De Gregori, detto “Il Principe” della canzone d’autore italiana, occupa un ruolo centrale e peculiare nella musica e nella cultura italiana dagli anni ’70 a oggi: è il cantautore-poeta per eccellenza, erede di Bob Dylan in Italia, ma anche un simbolo della resistenza all’ideologizzazione forzata dell’arte.

Nato a Roma nel 1951, De Gregori emerge dal Folkstudio di Trastevere insieme ad Antonello Venditti. Il vero successo arriva nel 1975 con Rimmel, che mescola folk, rock, testi ermetici, immaginifici e surreali. Le sue canzoni non sono mai didascaliche: usano metafore, personaggi (la Donna Cannone, il Generale, Pablo), storie personali e collettive per raccontare l’Italia, l’amore, la storia, il potere, la fragilità umana. Capolavori come Generale (1978, sulla guerra e il ritorno alla normalità), La storia siamo noi (1985), Viva l’Italia, La leva calcistica della classe ’68, Buonanotte fiorellino mostrano la sua capacità di essere politico senza essere militante, poetico senza essere lirico sterile. Ha sempre preferito definirsi semplicemente “artista” piuttosto che cantautore o poeta.
Ha evoluto da un folk dylaniano essenziale a produzioni più ricche, collaborando con Dalla (il tour Banana Republic del 1979 segna la rinascita dei grandi concerti dopo gli anni di piombo), Fossati e altri. Il suo ruolo più significativo è stato quello di vittima illustre dell’intolleranza ideologica di frange della sinistra extraparlamentare. L’episodio simbolo è il “processo” al Palalido di Milano del 2 aprile 1976: durante il concerto di Bufalo Bill, militanti di Autonomia e collettivi studenteschi invadono il palco, lo interrompono, lo accusano di essere un “compagno di lusso” che specula sui temi di sinistra per arricchirsi (cachet, alberghi), lo costringono a un interrogatorio pubblico (“Quanto hai preso stasera?”, “Lascia l’incasso”, “Suicidati come Majakovskij”, “Vai a fare l’operaio”). De Gregori parla di clima da olio di ricino e di “grave errore politico” che spinge artisti potenzialmente di sinistra verso il centro o la destra.
Questo episodio (non isolato, ma il più eclatante) conferma la tesi che ha ripetuto per decenni: certi ambienti “comunisti” (o meglio, extraparlamentari) hanno fatto più danni alla sinistra culturale imponendo un conformismo ottuso. De Gregori ne esce traumatizzato ma rafforzato nella sua indipendenza. Non è mai diventato di destra, ma ha preso le distanze dal dogmatismo. Critico verso il PCI per il legame con l’URSS, vota PSI, poi centro-sinistra moderato. Nel 2013 dichiara di non votare più, non sentirsi rappresentato dai dogmi della sinistra contemporanea (piste ciclabili più sindacalismo novecentesco), pur restando sensibile ai diritti e ai deboli.
Oggi difende strenuamente la libertà dell’artista di non schierarsi esplicitamente o di farlo solo attraverso le canzoni. Recentemente ha criticato Springsteen (e implicitamente altri come Elodie) per i proclami politici dal palco: «M’imbarazzano… che titoli hanno? Il proclama mi lascia indifferente. Sensibilizzo attraverso le canzoni». Questo ha riaperto la polemica con Iacchetti.
De Gregori incarna l’autonomia dell’arte rispetto alla politica militante. A differenza di Guccini (più “organico” alla sinistra dell’epoca) o di cantautori più didascalici, lui ha imposto un modello di poesia ambigua, complessa, non catechistica. Ha dimostrato che si può parlare di storia, potere, ingiustizia senza diventare megafono di una parte. Il suo ruolo è stato e resta quello di custode della complessità: contro i tribunali del popolo degli anni ’70 come contro la cancel culture o il moralismo da palco di oggi. Ha influenzato generazioni di artisti con la qualità letteraria dei testi e con l’esempio di coerenza: essere di sinistra (o sensibile socialmente) senza essere servo di una linea. De Gregori è uno dei pochi che ha trasformato un trauma politico in una lezione duratura sulla libertà dell’artista. Non è un “disimpegnato”, ma un impegnato nella complessità umana piuttosto che negli slogan. Ed è per questo che, a distanza di cinquant'anni, continua a far discutere: perché difende uno spazio di libertà che molti vorrebbero chiudere.