venerdì 29 maggio 2026

 Io sto con De Gregori. In un mondo pieno di opinionisti da tastiera, di ex comici che si improvvisano giudici della morale pubblica e di gente che ogni giorno deve dire la sua su tutto per sentirsi vivo, il Maestro continua a fare quello che sa fare da mezzo secolo: poesia, intelligenza e libertà.Gli artisti parlano con le canzoni.




Non con i proclami da social, non con le prediche da quattro soldi, non con le pose da salvatori della patria. E De Gregori lo ha scritto in modo chiarissimo tanti anni fa: La storia siamo noi, nessuno si senta offeso,

siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo.

La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso… E firmano grandi appelli per la guerra e per la fame,

vecchi mosconi ipocriti, vecchie puttane…

che si credono importanti perché stanno sempre dalla parte giusta. Quelli che oggi pontificano, domani saranno da un’altra parte.

Quelli che usano la rabbia e la retorica per raccogliere like.

Quelli che confondono lo spettacolo con la politica e la coscienza con il consenso. De Gregori no.

Lui ha sempre avuto la schiena dritta, il coraggio di non allinearsi, la dignità di non trasformarsi in un predicatore da palcoscenico..Per questo continua a darci emozioni vere, mentre gli altri ci danno solo prediche stantie

E noi scegliamo la poesia invece della morale a comando.

 Francesco De Gregori, detto “Il Principe” della canzone d’autore italiana, occupa un ruolo centrale e peculiare nella musica e nella cultura italiana dagli anni ’70 a oggi: è il cantautore-poeta per eccellenza, erede di Bob Dylan in Italia, ma anche un simbolo della resistenza all’ideologizzazione forzata dell’arte.





Nato a Roma nel 1951, De Gregori emerge dal Folkstudio di Trastevere insieme ad Antonello Venditti. Il vero successo arriva nel 1975 con Rimmel, che mescola folk, rock, testi ermetici, immaginifici e surreali. Le sue canzoni non sono mai didascaliche: usano metafore, personaggi (la Donna Cannone, il Generale, Pablo), storie personali e collettive per raccontare l’Italia, l’amore, la storia, il potere, la fragilità umana. Capolavori come Generale (1978, sulla guerra e il ritorno alla normalità), La storia siamo noi (1985), Viva l’Italia, La leva calcistica della classe ’68, Buonanotte fiorellino mostrano la sua capacità di essere politico senza essere militante, poetico senza essere lirico sterile. Ha sempre preferito definirsi semplicemente “artista” piuttosto che cantautore o poeta.
Ha evoluto da un folk dylaniano essenziale a produzioni più ricche, collaborando con Dalla (il tour Banana Republic del 1979 segna la rinascita dei grandi concerti dopo gli anni di piombo), Fossati e altri. Il suo ruolo più significativo è stato quello di vittima illustre dell’intolleranza ideologica di frange della sinistra extraparlamentare. L’episodio simbolo è il “processo” al Palalido di Milano del 2 aprile 1976: durante il concerto di Bufalo Bill, militanti di Autonomia e collettivi studenteschi invadono il palco, lo interrompono, lo accusano di essere un “compagno di lusso” che specula sui temi di sinistra per arricchirsi (cachet, alberghi), lo costringono a un interrogatorio pubblico (“Quanto hai preso stasera?”, “Lascia l’incasso”, “Suicidati come Majakovskij”, “Vai a fare l’operaio”). De Gregori parla di clima da olio di ricino e di “grave errore politico” che spinge artisti potenzialmente di sinistra verso il centro o la destra.
Questo episodio (non isolato, ma il più eclatante) conferma la tesi che ha ripetuto per decenni: certi ambienti “comunisti” (o meglio, extraparlamentari) hanno fatto più danni alla sinistra culturale imponendo un conformismo ottuso. De Gregori ne esce traumatizzato ma rafforzato nella sua indipendenza. Non è mai diventato di destra, ma ha preso le distanze dal dogmatismo. Critico verso il PCI per il legame con l’URSS, vota PSI, poi centro-sinistra moderato. Nel 2013 dichiara di non votare più, non sentirsi rappresentato dai dogmi della sinistra contemporanea (piste ciclabili più sindacalismo novecentesco), pur restando sensibile ai diritti e ai deboli.
Oggi difende strenuamente la libertà dell’artista di non schierarsi esplicitamente o di farlo solo attraverso le canzoni. Recentemente ha criticato Springsteen (e implicitamente altri come Elodie) per i proclami politici dal palco: «M’imbarazzano… che titoli hanno? Il proclama mi lascia indifferente. Sensibilizzo attraverso le canzoni». Questo ha riaperto la polemica con Iacchetti.
De Gregori incarna l’autonomia dell’arte rispetto alla politica militante. A differenza di Guccini (più “organico” alla sinistra dell’epoca) o di cantautori più didascalici, lui ha imposto un modello di poesia ambigua, complessa, non catechistica. Ha dimostrato che si può parlare di storia, potere, ingiustizia senza diventare megafono di una parte. Il suo ruolo è stato e resta quello di custode della complessità: contro i tribunali del popolo degli anni ’70 come contro la cancel culture o il moralismo da palco di oggi. Ha influenzato generazioni di artisti con la qualità letteraria dei testi e con l’esempio di coerenza: essere di sinistra (o sensibile socialmente) senza essere servo di una linea. De Gregori è uno dei pochi che ha trasformato un trauma politico in una lezione duratura sulla libertà dell’artista. Non è un “disimpegnato”, ma un impegnato nella complessità umana piuttosto che negli slogan. Ed è per questo che, a distanza di cinquant'anni, continua a far discutere: perché difende uno spazio di libertà che molti vorrebbero chiudere.

domenica 10 maggio 2026


HAPPY MOTHER'S DAY!






 Happy Mother's Day to all the beautiful mothers out there, those who are pouring their hearts into their children today, and those who are watching over us from above. If your mother is still with you, please take a moment today to treasure every second. Hold her hand a little longer, listen to her stories again, laugh with her, and tell her how much she means to you. These moments are precious gifts that we don’t always realize the value of until they become memories.I miss mine so deeply. She was more than just my mom; she was my best friend, my biggest cheerleader, my safe place, and my wisest counselor. No matter what life threw at me, she was always there with open arms, unconditional love, and that gentle strength that made everything feel okay again. Her voice could calm my storms, her hugs could heal my heart, and her laughter lit up even the darkest days. I was truly blessed to have been raised by such an incredible woman. She taught me how to love fiercely, to show up for the people I care about, and to face life with grace and resilience. Though she’s no longer here physically, her spirit lives on in every choice I make and every act of kindness I try to carry forward in her honor. I love you always

Thank you for every sacrifice, every late-night talk, every smile, and every lesson. You’ll forever be my heart’s home. Wishing all of you a day filled with love, reflection, and gratitude for the mothers we still have and the ones we’ve lost.

mercoledì 6 maggio 2026

 Paolo Limiti, nato a Milano l’8 maggio 1940 e scomparso nel 2017





Paolo Limiti, nato a Milano l’8 maggio 1940 e scomparso nel 2017, è stato uno dei personaggi più raffinati della televisione italiana, soprattutto dagli anni Novanta in poi. Inizia come paroliere (esordio significativo nel 1964 con Jula de Palma, poi grandi successi con Mina come Bugiardo e incosciente, La voce del silenzio, ecc.). È la fase principale da autore di testi.
Fine anni ’60 – anni ’70: Entra in Rai come autore/regista (1968) e inizia la collaborazione con Mike Bongiorno (tra cui Rischiatutto 1970-1974). È già un autore televisivo affermato.
Anni ’80 e primi ’90: Continua come autore e produttore (anche per televisioni commerciali come Telemontecarlo, Rete 4, ecc.). Lavora a vari programmi, ma resta prevalentemente dietro le quinte.
Dal 1993 in poi passa davanti alla telecamera.
1993 - Rubrica in Parlato semplice (Rai 3).
1994-95 - Dove sono i Pirenei? (autore, ma già più visibile).
1995-96 - Speciali come Viva Mina!, Ciao Mimì.
Giugno 1996 - Inizia E l’Italia racconta (poi diventato il longevo Ci vediamo in TV), che conduce regolarmente.
Il suo modo di fare televisione si distingueva per eleganza, garbo e rispetto del pubblico. Usava la memoria e la nostalgia non come fine a se stesso, ma come strumento per unire le generazioni. Portava in studio grandi artisti del passato che spesso non si vedevano più in tv, li faceva raccontare, cantare e rivivere la loro storia, alternandoli a nuovi talenti che lui stesso sapeva valorizzare come pochi. Da Giovanna Nocetti a Gilda Giuliani, da Tiziana Rivale - Mexico ad Alessandra FerrariAntonello Angiolillo a Fabrizio Voghera e Stefania Cento, insieme a cantanti che avevano fatto la storia della canzone italiana come Nilla Pizzi e Wilma De Angelis ed altri ancora.Conduceva con una conversazione calda e curiosa, mai aggressiva, creando un salotto televisivo accogliente dove l’ospite si sentiva a proprio agio e il pubblico imparava qualcosa. Programmi come "Ci vediamo in TV" incarnavano perfettamente questo stile: un varietà pomeridiano raffinato, fatto di canzoni, ricordi, aneddoti e tanta classe. Limiti rappresentava una televisione signorile, capace di intrattenere senza urla, senza scandali e senza abbassare il livello. Un grande divulgatore della canzone e dello spettacolo italiano che ha saputo rendere la memoria collettiva uno spettacolo bello da guardare.


 

6 Maggio 1976: Dalla cucina di casa alle notti in Piazza Primo Maggio a Udine.




​La sera del 6 maggio 1976 ero in cucina con mio padre. Eravamo seduti davanti al televisore e stavamo guardando "C'è un'orchestra per te", il programma musicale condotto da Katyna Ranieri. Mia madre, invece, era in bagno a lavare dei panni nella vasca. Al primo boato pensai a un incidente domestico, come se le fosse caduto il catino di plastica, ma l’inquietudine mi spinse verso la terrazza. Lì, le mani sulla ringhiera, una scossa fortissima. Non riuscivo a staccare le mani per la violenza delle vibrazioni. Mio padre realizzò per primo la realtà. "Il terremoto!" urlò. ​Scendemmo i due piani di corsa, ma arrivati nell'atrio trovammo il portoncino d’ingresso bloccato. Senza possibilità di uscire in cortile, tornammo subito indietro verso l'appartamento al piano terra della signora Assunta. La trovammo sulla porta, tremante e smarrita, incapace di decidere cosa fare. Passammo rapidamente attraverso la sua cucina e riuscimmo ad uscire tutti e quattro nel suo orto, mettendoci in salvo. ​Passati i primi terribili momenti, poco dopo, con grande precauzione salimmo al secondo piano per recuperare delle sedie e ci sistemammo lungo il corridoio degli orti. Lì, nel cuore del cortile, ci riunimmo con tutti i vicini le cui case si affacciavano su quello spazio comune. Tra le radioline sintonizzate su una delle prime emittenti private "Alfa Nord" avemmo le prime notizie frammentarie che riferivano d'un terremoto con epicentro fra Artegna e Gemona. Io inforcai la bicicletta e pedalai fino in via Stringher per sincerarmi di come stesse mia sorella. La trovai col marito ed i miei tre nipoti, sistemati chi su una coperta, chi su una sedia sul terrapieno di Piazza XX Settembre. Accertatomi che fossero in buone condizioni, me ne tornai a casa. Passai la notte all'aperto con i miei genitori ed i miei vicini, uniti dalla stessa paura. ​Il mattino dopo, venerdì, il senso del dovere ci portò comunque verso la normalità. Mi presentai in banca: eravamo in una decina sotto il porticato a chiederci se avremmo aperto. Eravamo giovani e forse non avevamo ancora capito l'entità della catastrofe. Il direttore arrivò e chiese a una collega di salire per inviare un telex veloce: bisognava comunicare che la banca sarebbe rimasta chiusa. Poi ci congedarono. ​Dopo quel venerdì trascorso sotto il sole negli orti, la sera presi la mia auto e portai i miei genitori a Grado per cercare un po' di calma, alloggiando in una camera della pensione dove solevamo trascorrere un periodo di villeggiatura. Ma fu una parentesi brevissima: il sabato mattina eravamo già di ritorno a Udine perché mia madre doveva lavorare. Da allora, per diverse sere, la mia macchina divenne la nostra casa: io, mio padre e mia madre dormimmo lì, parcheggiati in Piazza Primo Maggio, cercando sicurezza in quello spazio aperto insieme a tanti altri udinesi. ​ ​Quell'unione nel corridoio degli orti con tutti i vicini è una delle immagini più forti della solidarietà di quelle ore. 

lunedì 27 aprile 2026





April 27th

In our kitchen, soft light and gentle smiles,

you stirred the morning, warmth wrapped in quiet years.

Today the calendar still holds your day

a love that time can never fade away.

From the largest frame of joyful celebration

to moments only we three knew,

your hearts remain forever side by side.




Paolo Driussi

giovedì 2 aprile 2026

On a Ferragosto day, so long ago





On a Ferragosto day, so long ago

by the quiet shores of Lake Cavazzo's blue,

Papa and Mama stood, admiring the glow,

two souls in silence beneath the summer sky so true.


Paolo Driussi