lunedì 29 febbraio 2016

THIS RAIN OF MARCH



When friends are gone,
The words will be lost in your mind,
You will know they are there,
But it will be as if they could not come from your own lips.
They will be pushed into the circle of your mind,
As fast as the drops of this incessant rain of March
Wandering from side to side,
Bouncing along the glass of the windows
And darting away.
Then you’ll understand that the meaning
Will be in the pleasure of being welcomed at last
After so long a time
Into another’s world.

Paolo Driussi.





mercoledì 3 febbraio 2016

FEBRUARY SUNDAY EVENING




Occasionally
But even more at the end of a Sunday
I start to think that
if there’s a hard currency to spend,
This is the time.
Where are you? I cannot see you.
Have you already gone?
There is no age or social class,
Or profession in which
The human being doesn’t own
This currency of the time
And is not subject to the dilemma
Of how to spend it.
Or to the sad embarrassment
Of not knowing how to spend it
Or the misery of a lazy 
And indifferent squandering
As if it were a  devalued currency.
Shall we meet again? 
Reply to the message, please
Slowly the train starts 
In this sad February Sunday evening.

Paolo Driussi.

sabato 9 gennaio 2016



JANUARY SNOW




 
When I was alone, chilled to the bone,
I lit a cigarette
In a state of absence;
A stunning devoid without defence.
Today we left on two parallel trains
Marching in the same direction
Very slowly under the snow
This unpredictable January snow.
All of a sudden
The tracks began to diverge
To bend mine toward the right
And yours to the left.
The speed will increase
Each one will be alone
Along his own path
An immense space between us,
Incredible, white.
From tonight and forever.

Paolo Driussi

lunedì 30 novembre 2015

DICEMBRE


 
 
Le nuvole si muoveranno
sopra il tetto formato dagli alberi,
ora rivelando il sole
ora oscurandolo.
Ogni volta che ti troverai
davanti a un punto in cui
sembrerà che la strada finisca
scoprirai che in realtà
piegherà semplicemente
a sinistra o a destra.
Se ci fosse un temporale
dovrai respirare lentamente
e cercare riparo.
Ma se il cielo fosse sereno
così carico di stelle
da far sì che la luce
si riversi sulla terra
prosegui.
Come dentro uno specchio
la promessa
di un rifugio caldo e sereno
Una casa
dalla finestra tutta illuminata
il fumo che sbuffa dai camini
le due cagne che alzeranno gli occhi
e ti fisseranno guidandoti al tinello
dal tappeto di canapa

e dalla stufa in terracotta.

Paolo Driussi

lunedì 20 aprile 2015

ERA



Era las humoradas durante los paseos, los besos robados en el supermercado, los diarios extraviados, las tazas de cafés sin lavar, las camisas planchadas, las horas de silencio en invierno tirados en el sofá.
Era la mesa servida los domingos, los zapatos de goma, el balcón florido, las chelas en el refrigerador, las noches de riñas por el control remoto y el de la lucha por "música o libros" para gastar.
Era el placard teñido de negro, la ventana siempre abierta, el celular olvidado, las baratijas de feria, el cigarro por la noche, la sábana mal puesta, las compras tardías y las gafas sin guardar.
Era el paso lento, las risas fuertes, las miradas largas y las palabras cortas. Era el ayer, el hoy y el mañana. Él era todo, todo lo que tenía y todo lo que le faltaba.

martedì 14 aprile 2015





Voy a parar aquí




Un pañuelo, dame
un pañuelo para
recoger la nostalgia
de los días pasados,
que sea grande
para contener
lugares de plenitud
cuando presente
y futuro se mezclaban
y preguntas
tenía respuestas seguras.
Voy a parar aquí,
ahora es el momento
de elección.
Yo sé lo que debe traer
conmigo para siempre.

sabato 13 dicembre 2014

Quei due soldatini di piombo che arrivavano per Santa Lucia



 
 
In fretta recitavo mentalmente la preghiera che la mamma mi aveva insegnato come accettabile da Gesù quando, per un qualunque buon motivo, non si aveva tempo per pregare di più. Sotto le coperte, tenendo gli occhi chiusi, mi sforzavo di rendermi conto di quello che stata accadendo, di che ore magiche e sante fossero quelle, di come fosse in arrivo una notte speciale. Sembrava esserci una strana atmosfera, come avviene sempre in momenti molto speciali e mai in occasioni qualsiasi. Era un po’ come la consapevolezza d’un nuovo compleanno o del Natale. Ma in realtà non si trattava di niente di tutto questo. Si trattava della notte di Santa Lucia. Ne avevo sentito parlare da giorni.  A scuola dai compagni di classe, a casa dagli amici con cui mi ritrovavo in cortile a giocare. La mamma mi aveva detto che avrei dovuto posare gli zoccoletti sul davanzale della cucina insieme col fieno per rifocillare l'asinello che accompagnava Santa Lucia e lei avrebbe lasciato dei doni. Furtivamente nel pomeriggio ero andato a prelevare un po’ di fieno nelle stalle dei contadini che avevano i loro appezzamenti di terreno dove attualmente c’è via Sabbadini.
Una volta ritornato a casa, avevo fatto brillare a nuovo i miei zoccoletti con spazzola, panno e il lucido Ecla, sul cui coperchio era disegnata la sagoma di un uomo con un piede levato e una mano destra ad indicare la lucentezza del suo stivaletto. Osservato dalla mamma, li avevo depositati sul davanzale interno della finestra che dava sul poggiolo. Non sapevo come, ma Santa Lucia avrebbe trovato il modo di entrare. Avrebbe lasciato l’asinello sotto il portico e sarebbe salita per la scaletta di legno. O forse l’asinello poteva volare e passare con Santa Lucia attraverso i vetri della finestra della cucina? La mamma mi aveva raccomandato di andare a dormire presto quella sera, perché se Santa Lucia, passando, avesse trovato i bambini alzati, non si sarebbe fermata ed avrebbe proseguito oltre.
A letto faticavo a dominare la trepidazione e e la sensazione  d’ansia. “Oddio, cui sa se si visarà di me! Bisugne sta quies, se no no ven”. Sapevo che non potevo attendermi grandi cose, perché la mamma mi aveva ripetuto : “Sante Lussie e sa jè chel che à di partà. E lasse chel che sa jè”. Mi addormentavo del sonno profondo in cui cadono i bambini. Quando all’alba mi svegliavo, nel buio della camera sussurravo nel mio intimo un Padre Nostro molto lentamente, attento al pieno valore d’ogni parola, una frettolosa Ave Maria e un ancor più rapido Gloria. Era più forte l’impazienza di saltare fuori dal letto , a piedi nudi scendere in cucina e accorrere alla finestra per vedere quanto Santa Lucia aveva lasciato. Trovavo piccole cose: una palanca da dieci centesimi, alcune caramelle, due o tre cioccolatini, due soldatini di piombo.
Generalmente in quei mesi di dicembre nevicava.
Una volta sbadatamente avevo fatto precipitare quei regalucci fuori dalla finestra. Erano caduti nella neve e la mamma aveva dovuto andare a raccoglierli, avvolta nel fazzolettone, una coperta leggera che teneva sulle spalle. Andavo a scuola in via Ginnasio Vecchio. Con dispiacere vedevo quanto Santa Lucia aveva portato ai bambini delle famiglie benestanti. Eccitati, esibivano in classe la sciabola, il cappello da ufficiale e raccontavano d’aver ricevuto anche un cavallo a dondolo, che a malincuore avevano lasciato a casa. Ma la mamma era stata chiara: “Sante Lussie e sa jè chel che à di partà. Ai puars e lasse robis di puars e ai siors e lasse robis di siors”.
Il mio maestro era Enrico Fruch. Ogni mattina la donna di servizio gli portava a scuola la sporta con il pranzo che a mezzogiorno consumava seduto sulla cattedra. Noi mangiavamo le cose che ci eravamo portati da casa nella cartella, per lo più una fetta di pane con l’uva. Al termine delle lezioni, io che abitavo in via San Rocco, la stessa via del maestro, ero incaricato, con mio sommo orgoglio, di riportare a casa sua la sporta con i piatti da lavare.
Nel pomeriggio del giorni di Santa Lucia la mamma mi accompagnava alla funzione che si teneva nella chiesa del Redentore in via Mantica, ove c’è tuttora la statua che raffigura la santa che tiene gli occhi sul piattello. Si ergeva là in fondo a destra della navata in penombra. Ai suoi piedi tremolavano le fiammelle delle candele e dei lumini accesi. La chiesa era affollatissima  e il parroco predicava dal pulpito. All’uscita per tradizione si entrava in una trattoria di via Mantica, ove servivano la “soppe”,  brodo di carne con pane raffermo inzuppato. Noi compravano una bottiglietta d’acquavite per mio padre. Sulla via del ritorno passavamo per via Zanon. “Sante Lussie el fret al scussie”. Dalla roggia era fuoriuscito un ricolo d’acqua che si era ghiacciata. La mamma lo evitava, io mi divertivo a “sglissià”, a pattinarvi con i miei zoccoletti.  Arrivati in fondo alla via, udivo lo sferragliare del tram che passava per piazza Garibaldi. Era un tram scartato da Milano, perché composto da piccole vetture che procedevano molto adagio, tanto che la gente faceva prima ad andare a piedi. Partiva dalla stazione, risaliva per via Aquileia fino a piazza Vittorio e da qui proseguiva per via Cavour e Piazza XX settembre. Attraversata piazza Garibaldi, ritornava alla stazione  per via Cussignacco. Per mano a mia madre guardavo le prime stelle accendersi nella sera gelida. La giornata era quasi finita. A casa mi attendevano i due soldatini di piombo che mi aveva portato Santa Lucia.
 
Giuseppe Driussi
 
Sabato 12 dicembre 1998