SNOWDROPS
A hand hovers, hesitant as February itself,
above the first white bells that dared the frost.
They bow, yet do not break
tiny green spines piercing winter’s quiet armor,
proof that hope arrives on the lightest possible stems.
Paolo Driussi
IL MEDICO DI FAMIGLIA
Quando il medico di famiglia riduce il proprio ruolo a compilatore di protocolli, a risponditore svogliato di mail con copia-incolla di prescrizioni, o a qualcuno che passa più tempo a fissare lo schermo che a guardare negli occhi il paziente, sta firmando inconsapevolmente o no la propria obsolescenza. In quel momento la relazione di cura si spezza, il malato diventa “caso”, il sintomo diventa dato, e la persona con la sua storia unica scompare dietro la statistica e la linea guida.L’evidence-based medicine ha portato benefici enormi (riduzione di pratiche inutili o dannose, standardizzazione di interventi efficaci), ma quando diventa l’unico metro e cancella la sapienza clinica artigianale, quella che sa leggere il corpo nel contesto di una vita, di un vissuto, di paure non dette, di abitudini irriducibili a un trial randomizzato, allora si trasforma in una gabbia. E in quella gabbia entra prepotente l’algoritmo, che almeno non finge empatia: è freddo, veloce, disponibile sempre e non ti fa sentire un peso quando hai “solo” un mal di testa strano o un’ansia che non passa.In Italia nel 2025-2026 stiamo già vedendo i primi passi concreti: piattaforme come “Mia” (Medicina e Intelligenza Artificiale) stanno arrivando negli studi di migliaia di medici di famiglia come assistente per diagnosi differenziali, suggerimenti terapeutici, richiami preventivi, basandosi su linee guida certificate e letteratura aggiornata. Non dovrebbe sostituire il medico, ma supportarlo. Eppure, quando il medico è già disumanizzato dal sistema (carico burocratico insostenibile, 1500+ assistiti, stipendi fermi da decenni, burn-out diffuso), l’“assistente” rischia di diventare il principale interlocutore percepito dal paziente.Il paradosso è crudele: da un lato l’AI promette di alleggerire il carico, accelerare diagnosi, ridurre errori banali, personalizzare (paradossalmente) di più grazie a enormi dataset; dall’altro lato accelera proprio la deriva, perché il sistema premia la velocità, la tracciabilità, la conformità al protocollo più che l’ascolto prolungato e l’intuizione clinica.
Molti medici (e anche il Ministro Schillaci in dichiarazioni recenti) ripetono che «l’IA non sostituirà mai il medico», ma la domanda vera è un’altra: il sistema sostituirà il medico con qualcosa di più economico e scalabile se il medico rinuncia a essere insostituibile proprio nella dimensione umana? La strada per non farsi sostituire esiste, ma è scomoda: riscoprire (o difendere strenuamente) la relazione di cura come cuore della professione, non come optional; battersi per contesti organizzativi che lascino tempo per visitare, ascoltare, ragionare insieme al paziente; integrare l’AI come strumento al servizio della clinica, non come scorciatoia per aggirare il contatto umano;
ricordare che la statistica dà probabilità, ma la decisione clinica è sempre su quella persona, qui e ora.
Altrimenti tanto vale l’algoritmo. Almeno non ti fa sentire in colpa se chiami alle 20:30.
BUON ANNO
A tutte quelle facce che abbiamo incrociato lungo la strada, alcune con un sorriso aperto e contagioso, altre con un'espressione chiusa e distante, ma tutte quante ci hanno guardato negli occhi almeno una volta. Persone che abbiamo solo sfiorato in un momento fugace – un saluto in ascensore, uno sguardo sul treno, un incontro casuale per strada – e che sono svanite subito dopo. Altre che abbiamo amato profondamente, con passione e dedizione, e poi dimenticato piano piano, o magari rimpianto per anni. Quelle che abbiamo cercato con ostinazione, perso di vista, ritrovato per caso e poi perso di nuovo, o che abbiamo finalmente ritrovato e tenuto stretto.
CRONACA FAMILIARE
Oggi non trovo, nella mia libreria, un libro che volevo rileggere. È mezz’ora che giro per casa, dove ci sono librerie e scaffali ovunque, in ogni stanza, e niente, non lo trovo. Ero certo che fosse, a mia memoria, in un dato posto, precisamente sul ripiano più alto della grande libreria scura che sta in soggiorno, quella che ho comprato già montata anni fa in un negozio di mobili usati, e invece lì, dove è sempre stato, questo contumace, latitante libro non c’è. Ho sempre avuto la presunzione di poter ritrovare, fra i millemila miei libri, a occhio quello che cercavo, e devo dire che, abbastanza vicino al vero, ci sono quasi sempre più o meno riuscito. Ma oggi niente. Sto girovagando di scaffale in scaffale, di ripiano in ripiano, persino di cassetto in cassetto, di comodino in comodino, di angolo in angolo, sapete quando proprio non ci si rassegna e si fruga anche sotto i mobili, nel cestino dell’indifferenziata, sul balcone, niente. Starà da qualche parte, ovviamente, e salterà fuori un giorno in cui magari sto cercando un altro libro, come è già accaduto in passato. Spero presto perché non vedo l’ora di rileggerlo. Il libro in questione, che vi volevo consigliare oggi, è un romanzo straordinario che spero molti di voi abbiano già letto, perché oltre a essere una lettura commovente e intensa è anche un ritratto profondo e umanissimo della famiglia, dei legami di sangue, della memoria e del tempo che passa, indispensabile per ricordare quanto siano fragili e preziosi gli affetti più vicini. Il titolo è “Cronaca familiare”, l’autore Vasco Pratolini. Io riprendo la mia ricerca fra gli scaffali, e a voi buona lettura.
E' IL PROGRESSO SI DIRA'
In Danimarca, il 30 dicembre PostNord recapiterà l'ultima lettera, chiudendo un capitolo di oltre quattro secoli di servizio postale tradizionale. Da quel momento, niente più consegne di corrispondenza da parte loro: solo pacchi, mentre le lettere passeranno a operatori privati come Dao. È il progresso, si dirà. È il green, l'efficienza, la digitalizzazione implacabile.
Today I went to the cemetery, early in the morning, when the grass was still wet with dew and the air tasted of cold stone.
Dad, Mum, your two names rest together on a single silent stone. I laid the red roses over both of you, then brushed the dust from the place where your names touch. I didn’t speak; the morning said everything.
A few steps farther on, my sister, I left the small white daisies on your grave. You would have chosen them first, the way you always did.
I stayed until the sun rose above the trees. Then I walked home, hands empty, heart full of the silence they keep for me.
Paolo Driussi.
For my mum