sabato 22 agosto 2020

 Hands in our pockets




I am no hero,

and I'm no antagonist.

I'm a common man at least.

In my dreams I’m strong,

But not now. I’m helpless now.

Then I’m waking up.


I try not to think.

Sometimes I just ramble, rant,

And laugh for too long.


But now our eyes focused on pavement,

Hands in our pockets,

Looking for the words

To feed strangers.


Paolo Driussi. 

martedì 4 agosto 2020



Riding in the Rain





You are talking to a wall,
Take a deep breath
No need to go on 
About something so small.
You’ve made your point clear
Now let's drop it all.

Thunder echoes overhead,
White strikes to the floor
The thunderstorm is bred.

Paolo Driussi

martedì 14 luglio 2020

First Dead Leaves




Falling raining
Splashing sound
The only noise to be found
In the colorless room

His story told through
A swift movement of the hand

But all good things must be
Short and memorable like a song.

Looking back with longing
I hope to find that song once more.

I asked if it was night
and you untied my blindfold
and showed me the day.

The dead leaves around us
contrasted the sky.

Paolo Driussi.

venerdì 10 luglio 2020

Riddles




Why must we be so
Imperfect, shallow beings?

Your meaning evades me,
But I adore you so.
For now I'll watch you.

Lift my heart up,
And send me more riddles.

Paolo Driussi

domenica 22 marzo 2020


My silent melodies








As hard as I try
To photograph a rainbow
Away from the voices of roaring tongues
In the mouths
Of people who misunderstand
The silent melodies
Of my own still lips
Only make me wonder more.

Paolo Driussi

venerdì 10 gennaio 2020

Hammamet





Con il suo timore di prendere una posizione politica netta, “Hammamet”. a tratti noioso e lento, condanna ancor di più Bettino Craxi all’oblio, nonostante la straordinaria prova di Favino. E’ un film con elementi buoni ed altri meno, in bilico tra il riuscito ed il non riuscito. I riferimenti alla politica, a Tangentopoli, sono appena accennati, dei frammenti. Pertanto l’immagine che ne esce è quella di un politico che sì ha commesso i suoi piccoli peccati, ma senza essere stato l’unico. E ciò viene ripetuto varie volte lungo il film. Nella sequenza onirica del pre-finale c’è l’ultima apparizione del compianto Omero Antonutti nella parte del padre di Craxi. Ad eccezione di Livia Rossi nel ruolo della figlia e del cameo di Renato Carpintieri nel ruolo di un non meglio identificato politico, gli altri personaggi risultano poco ben delineati dalla sceneggiatura o mal recitanti. Incomprensibile la scelta di “Cento giorni” di Caterina Caseli del 1966 sparata a mille nel corso di una evento all’aperto nel giardino della villa e ancora di più un Alberto Paradossi nel ruolo di Bobi Craxi, che suona la chitarra e canta, doppiato, “Piazza Grande” di Lucio Dalla. Tutti cantano e noi vediamo il controcampo di Craxi, come se quel volto, quel momento e quella canzone insieme significassero qualcosa. Ma se così fosse, mi è oscuro che cosa potesse sottintendere.

Paolo Driussi

sabato 28 dicembre 2019

Ripropongo un articolo di mio padre Giuseppe, già apparso nelle rubrica “Lettere al Direttore” – Messaggero Veneto di martedì 29 dicembre 1998).
Le bombe sulla città in quel pomeriggio invernale.




Apprendo dal Messaggero, che gran parte degli udinese fatti allontanare nella mattinata di domenica 6 dicembre 1998 per il brillamento di una bomba di probabile fabbricazione americana riaffiorata il mese precedente in un cantiere di viale XXIII marzo, ha vissuto l’evento come un’occasione per fare shopping in città, per dirigersi verso centri turistici invernali o andare a pranzo negli eleganti ristoranti dei dintorni. Pochi gli anziani confluiti all'Istituto Tecnico Malignani, dove avevano predisposto le cose in grande per accogliere almeno quattrocento ospiti. Quasi nessuno ha ricordato le tragiche giornate vissute dalla popolazione alle fine del 1944, quando Udine fu oggetto di pesanti bombardamenti da parte degli Alleati. Mi permetto di farlo io attraverso la cronaca delle mie vicende e quelle dei mie familiari.
La sirena dell’allarme mi aveva indotto a chiudere la drogheria anzitempo in quel primo pomeriggio di venerdì 29 dicembre. Ad aiutarmi nel negozio di via Gemona appena avviato non era rimasta che mia figlia Nives allora non ancora quindicenne. Inforcate le nostre malandate biciclette, una dietro all'altro, io e mia figlia avevamo attraversato la città, da via Gemona a viale Palmanova mentre le case si svuotavano e la gente correva verso i rifugi. Mia moglie Sara e Milvia, la figlia minore allora decenne, ci attendevano ansiosamente. Il tempo di mettere al riparo le biciclette e di andare a nasconderci tutti quanti nel canaletto del fossato coperto da pietre. Uno accanto all’altro, accovacciati, quasi seduti in fila assieme ad altra gente. Le bombe cominciarono a piovere giù. Sentimmo quasi all’istante la deflagrazione violentissima e vicinissima, come se ci fosse stato un sommovimento tellurico. Sembrava che una quantità colossale di sassi fosse stata divelta dal terriccio. In realtà, come mi accorsi dopo, si trattava di schegge di ferro appuntite e arcuate che penetrarono pure nel canaletto ove eravamo rifugiati e che se fossero passate cinque centimetri più in basso ci avrebbero uccisi tutti. Obiettivo era la linea ferroviaria. Volevano colpire i locomotori, privando i tedeschi della possibilità di muovere i loro convogli. Gli Alleati arrivarono ma non come se lo aspettava la popolazione. Le bombe cadevano fitte, una dopo l’altra, dentro la città sulla quale le nuvole bianche delle esplosioni si moltiplicavano. Il rumore della distruzione intorno si ampliava fino a diventare un suono terribile. Quando ritenemmo che i bombardamenti fossato cessati uscimmo. Il viale aveva un aspetto spettrale. C’erano morti ovunque. Una quantità enorme di rami divelti dagli alberi giaceva sul piano stradale. “La mia casa, la mia casa! I me gà butà zo la casa!” Tra un vortice di schegge e crolli di muri maestri, anche una parte della nostra modesta abitazione era stata lesionata. Un silenzio artefatto pesava nei campi soffocati di polvere e calcinacci. Una donna che era con noi nel rifugio si torceva le mani. Dal cappotto le sfuggivano i lembi del grembiule. Aveva capelli scomposti. Si appoggiò al tronco di un albero, come per sostenersi da un improvviso capogiro, Cercava il figlio e ne chiamava il nome con voce accorata. Lo ripeteva con forza, perché il figlio tardava a rispondere. Mia moglie la consolava. “Signora, la vederà che lo trova. El sarà andà a rifugiarse da un’altra parte”. Lo trovammo noi. Morto in un fosso. Ai Molini sul Ledra una scuderia era stata colpita in pieno, quella dove stallavano i cavalli adibiti ai trasporti. Finiti i bombardamenti, dai Molini i titolari Muzzati e Magistris si affrettavano a piedi diretti in città per vedere che fosse successo delle loro case. Per lo più si erano salvate.
C’era di nuovo il silenzio con appena un’eco metallica in lontananza dalla parte dov’era scomparsa la squadriglia e non si udivano che i pianti e le invocazioni della gente. Su un carro trainato da buoi giunse mio suocero. Dal Cormor avevano visto le bombe che cadevano sulla città. “Cemut faseiso a stà sot chestis bombis?! Vie, vie! Cjariin la robe che us meni sul Cormor a cjase mè”. Assieme a lui, mia moglie e le mie due figlie, caricai il mobilio, i letti, i materassi, le nostre masserizie. Era venuta ad accertarsi sulle nostre condizioni anche mia sorella Emilia. Dalla casa di riposo di via Pracchiuso, dove da poco si era ritirata, aveva percorso viale Trieste. Ce la descriveva con crateri enormi della profondità di venti, trenta metri. S’intrattenne con noi fino a quando tutte le nostre cose furono caricate sul carro. Nella casa di viale Palmanova rimase solo il pianoforte a noleggio su cui studiava Milvia, la mia figlia minore, e che, recuperato in un secondo tempo, fu riportato al proprietario. Calava la sera di quella giornata d’inverno, mentre sul carro trainato dai buoi compivamo il tragitto da viale Palmanova al Cormor, frastornati, prostrati, incapaci di pensare a niente. Quella sera non fu possibile ascoltare quanto diceva il colonnello Stevens da Radio Londra nel suo perfetto italiano. Girata la manopola più volte e inutilmente, prima di spengere la radio, disturbatissima, ascoltai una voce cantare: “A Capo Cabana ti rubano il cuor, a Capo Cabana si vive l’amor!”. Ci eravamo caricati stanchissimi, la mente carica di considerazioni gravi che oscuravano il nostro futuro, lo rendevano preoccupante e problematico. Io avevo atteso il sonno pazientemente, parlando a bassa voce con Sara, mia moglie, alla ricerca a delle sue parole buone, ispirate dal suo carattere calmo e riflessivo, le parole che avrebbero potuto aiutarmi a cancellare i miri tristi pensieri. E il giorno seguente dimenticavo, riprendendo a lavorare con accanimento.
Giuseppe Driussi
(da Lettere al Direttore – Messaggero Veneto di martedì 29 dicembre 1998).